Contro lo specialismo deteriore. L’editoriale di Michele Dantini

Come si sviluppa il pensiero critico? E quali strategie si possono mettere in campo per mantenerlo attivo e davvero “critico”? Ecco qualche suggerimento a partire dalla storia dell’arte.

Quanto siamo ancora lontani dal momento in cui
anche le forze artistiche e la saggezza pratica della vita
si riuniranno al pensiero scientifico;
lontani dalla formazione di un più alto sistema organico
 in relazione al quale l’erudito, il medico, l’artista e il legislatore,
così come noi oggi li conosciamo,
avrebbero l’aspetto di miserande anticaglie!
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, 1882

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Che cos’è lo specialismo deteriore? Troppe volte dimentichiamo che, se il discorso sull’arte appare oggi angusto, futile e ripetitivo, questo dipende anche dal modo in cui si insegna storia dell’arte all’università o nelle accademie. Ha senso insegnare “storia” (dell’arte) senza porsi il problema di una matura capacità di giudizio? E come si insegna a valutare? E prima ancora: a distinguere responsabilmente tra “fatti” e “valutazioni”?
Educare al pensiero critico non è facile, anzi, è forse la cosa più difficile. Tuttavia le discipline umanistiche, dunque non solo la storia dell’arte, hanno senso solo in quanto educano a valutare correttamente – cioè in modo riflessivo, provvisto di criteri di giudizio quanto più possibile argomentati e partecipabili.

UNA QUESTIONE DI CRITERIO

Un primo criterio è quello della rilevanza. Non tutto è ugualmente rilevante in ogni momento. Perché dunque ci interessiamo a qualche cosa – un artista, un critico, un’opera d’arte? Perché ne parliamo? Si tratta pur sempre di una scelta: che lo sappiamo o meno. Dovremmo allora essere pronti a considerarne la fondatezza. Eventualmente a confermarla, oppure a smentirla, smentendo noi stessi e il nostro iniziale interesse, volgendoci ad altro.
Un secondo criterio è quello della cultura generale, o dell’esperienza consolidata. Nel segnalare che qualcosa o qualcuno ci avvince, dovremmo sempre chiederci perché, e provare a offrire – a noi stessi per primi! – una risposta plausibile. Cercando di tenerci a distanza dal luogo comune e dalle risposte precostituite. Cercando cioè di tradurre in parole, in modo non sprovveduto, la nostra esperienza individuale di questa o quell’opera d’arte; e scegliendo, come nostro destinatario, un pubblico sì colto ma non specialistico, che si attende da noi qualcosa di più di un arido gergo tecnico o di un comunicato stampa commerciale.
Se affermiamo che “questo” è meglio di “quello”; o che un determinato indirizzo o orientamento o atteggiamento è più persuasivo di quell’altro, chiediamoci sempre: perché? Chi lo ha stabilito? In base a cosa? Immaginiamo di rivolgerci a chi già non la pensa come noi, e che pure vuole capire (e ne ha pieno diritto!). Non dobbiamo a tutti i costi fare parte di quella che, con riferimento all’arte contemporanea, è stata chiamata la Grande Cospirazione Commerciale. Abbiamo invece una responsabilità argomentativa, e dobbiamo muoverci su un palcoscenico pubblico: questo se vogliamo trarre l’arte fuori da quella “comunità ristretta” in cui, senza troppa rilevanza, essa abita oggi.

Abbiamo una responsabilità argomentativa, e dobbiamo muoverci su un palcoscenico pubblico: questo se vogliamo trarre l’arte fuori dalla “comunità ristretta” in cui abita oggi”.

Magari quell’artista che dapprima ci è sembrato così innovativo in realtà non lo è. Magari riproduce, semplifica, plagia. Oppure è molto più innovativo di quanto crediamo, e spicca in modo da meritare un’attenzione e un sostegno persino maggiori. Siamo davvero convinti che valga la pena segnalarne l’attività? Bene. Non c’è modo per verificare l’attendibilità del nostro primo entusiasmo se non comparare: conoscere cioè molte opere d’arte, molti artisti, sul cui sfondo possiamo misurare e definire l’effettiva originalità di una proposta più recente. Ogni grande critico ha, per necessità, una memoria visiva formidabile.
Un terzo criterio: sforziamoci di procurarci una genealogia, una tradizione; e di renderla esplicita. Non strumentalmente, così per fare. Ma sul presupposto di un’intima necessità e partecipazione. Chi siamo, da dove veniamo? Un critico autorevole è tale anche sul presupposto di un’appartenenza, che sarà nazionale e cosmopolita insieme. Dunque: Longhi o Persico? Lonzi o Szeemann? Perché?

LA LINGUA

I tre semplici criteri che ho elencato sin qui si congiungono nel quarto e decisivo. La lingua. Non esistono postulati dogmatici in ambito estetico o culturale, niente è indiscutibile o perenne. L’autorevolezza di un giudizio è qualcosa che si costruisce all’interno dell’argomentazione, anche se possiamo (e dobbiamo) trarre slancio e conforto da punti di vista altrui.
Da quanto ho scritto discende un semplice corollario: apprendiamo l’arte del giudizio critico, che è certo un’arte esatta, un’arte applicata, ma pur sempre un’arte, diversa in questo dalla scienza “dura”, in primo luogo tenendoci in rapporto con l’arte e la cultura del nostro tempo. Qui proviamo emozioni (sia positive che negative) più dirette e coinvolgenti, qui maturiamo punti di vista innovativi da cui interrogare sia il futuro che il passato; e concepiamo nuove domande. A partire da esperienze inedite, che sfidano quanto già sappiamo: esperienze che vorrei definire congiunturali.
Nessun argomento di interesse pubblico e urgenza generale può esserci estraneo: a noi spetta poi di individuare quei ponti, se esistono, che conducono dall’opera d’arte al discorso pubblico; e viceversa. Questi dunque i compiti cui lo specialismo deteriore non abilita: unire immagini e parole; educare allo stato di veglia; creare dizionari.

Michele Dantini

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #35

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Michele Dantini

Michele Dantini

Storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, Michele Dantini insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali. Laureatosi e perfezionatosi (Ph.D.) in storia della filosofia e storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa;…

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