
Christopher Nolan è quotato 9:1 nelle preferenze degli studenti di cinema di università e accademie, soppiantando da qualche anno il predecessore Kubrick. Per far onore al passaggio di testimone, il regista approda a un megafilm di fantascienza di portata epica. Interstellar voleva essere quello che 2001 Odissea nello spazio fu per la generazione degli Anni Sessanta e Settanta. Impossibile, d’altra parte, non paragonarlo subito a Gravity di Alfonso Cuarón e, per quelli che hanno avuto modo di vederlo, a Take Shelter di Jeff Nichols.
Nolan è uno che le cose le sa fare. L’unico che si può permettere un minutaggio di quasi tre ore senza spaventare il pubblico. Può vantare al suo attivo successi esponenziali di critica e box office, garantiti dall’attenta produzione curata da Emma Thomas (un cancello con la dentiera, dieci anni più vecchia di lui e altrettante volte più potente nella compagine produttiva hollywoodiana) con un fortunato sodalizio artistico e coniugale e numeri da S.p.a. che dura dai tempi di Following (1998).
Dei dieci film di cui Nolan ha firmato la regia (il primo era il corto Doodlebug –Tarantella) Interstellar è di sicuro il progetto più ambizioso, quello della sua maturità di quarantenne. Nolan è il regista dell’ambiguità, delle scatole cinesi messe in scena attraverso una complessa struttura narrativa di montaggio, giocata sulla messa in abisso, sull’ambiguità, sul rapporto tra la percezione della realtà e la sua relatività.
La spina dorsale di Interstellar nasce dalle teorie del fisico teorico Kip Thorne circa la possibilità di viaggiare attraverso le galassie grazie a tunnel spazio-temporali chiamati wormhole, sfere che piegando lo spazio su se stesso comprimono le distanze fino a farle quasi coincidere, diventando così scorciatoie galattiche. L’incipit del film trae spunto dal Dust Bowl documentato da Ken Burns e classificato come più grande disastro ecologico dell’uomo nella storia del Nord America.

Christopher Nolan – Interstellar

Christopher Nolan – Interstellar
Todd McCarthy sull’Hollywood Reporter scrive che Murph è un personaggio monodimensionale consistente nell’unico tratto reiterato sino alla noia della rabbia verso il padre, a cui la presenza del fratello non riesce ad offrire mai un reale contrasto tanto poco è trattato. Claudia Puig dello USA Today sottolinea la mancanza di chimica tra i partner McConaughey e Hathaway. Degli altri membri del team di astronauti dice che sono talmente poco esaminati che è difficile preoccuparsi di quello che gli accade. Richard Collis del Time sostiene che la coppia McConaughey/Hathaway non regge il confronto Bullock/Clooney in quanto a peso emotivo, nonostante Gravity sia infinitamente più modesto. Henry Barnes del The Guardians, tanto per chiudere la panoramica critica d’oltreoceano,conclude che il personaggio che genera più empatia è il robot Tars, ça va sans dire…
L’aspetto audio di Interstellar non va trascurato: l’assenza di suono nello spazio interstellare è un elemento poetico del film, mentre ciò che emerge nella visione complessiva è che il potente commento sonoro di Hans Zimmer, note di un organo dall’eco cosmico e spirituale, amplifica il caos narrativo e qualche volta si fa così prepotente da coprire i dialoghi e lasciare lo spettatore mortificato nella sensazione di non aver capito né di cosa si stia parlando né cosa si voglia dire… Interstellar diventa così una specie di supercazzola spaziale. Vaglielo a spiegare a Nolan.
Federica Polidoro
Christopher Nolan – Interstellar
Usa / Gran Bretagna – 2014 – 169’ – avventura/fantascienza
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