Favara, Palazzo Cafisi-Majorca: quel che resta di una “Vernice”. Immagini e suoni da una casa fantasma, abitata dalle voci di undici artisti

È uno dei molti palazzi storici del centro storico di Favara, cittadina in provincia di Agrigento. Palazzi datati tra il XVII e il IX secolo, spesso in condizioni di degrado, presenze silenziose, fragili, persino ridotte a ruderi. In attesa di opportuni interventi di restauro. Tra questi c’è anche Palazzo Cafisi-Casa Majorca, edifico fantasma la cui […]

È uno dei molti palazzi storici del centro storico di Favara, cittadina in provincia di Agrigento. Palazzi datati tra il XVII e il IX secolo, spesso in condizioni di degrado, presenze silenziose, fragili, persino ridotte a ruderi. In attesa di opportuni interventi di restauro. Tra questi c’è anche Palazzo Cafisi-Casa Majorca, edifico fantasma la cui bellezza resiste, nonostante il tempo e l’incuria, nonostante gli sguardi rivolti altrove. Maioliche e stucchi antichi, carte da parati e pavimenti in marmo anni Settanta, elementi d’arredo vintage e un trionfo di colori pastello, fra tracce di ristrutturazioni improprie e stratificazioni illogiche. Il tutto, esposto alla rovina. Scrostato, impolverato, dimenticato, cadente.
Sull’onda di quel gusto per le rovine che incatena la Sicilia e i siciliani, come un destino necessario o un riflesso compiaciuto, l’arte contemporanea arriva. A invadere gli spazi moribondi, a spezzare i vuoti resistenti. Una prassi comune, sull’Isola. Un richiamo dal sottosuolo.

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Sono stati Giovanni Albanese, Fabrizio Basso, Iginio De Luca, Emilio Fantin, Felice Levini, Giancarlo Norese, Tiziana Pers, Cesare Pietroiusti, Gianni Pioventini, Luigi Presicce e Delphine Reist – su progetto di Donatella Giordano e Katiuscia Pompili per l’associazione Parking 095 – ad entrare il 28 e il 29 giugno a Casa Majorca. Arrivati, con una invisibile presenza polifonica, a lasciare un segno nel cuore di un paese straziato dal problema degli spazi abitativi: abusivismo edilizio, abbandono nel dentro storico, crolli di beni monumentali.
Ne è nata Vernice, un intervento fulmineo in cui nulla c’era da guardare, se non lo spazio e la sua pelle consumata. Una mostra senza opere, fatta di sole voci: la presenza degli artisti era tutta nelle registrazioni delle loro voci, nelle conversazioni telefoniche che descrivevano la loro adesione al progetto, nell’evocazione di un processo critico/creativo che non arriva a prendere corpo, che restava un luogo mentale. Un’ode all’assenza. Una maniera, certamente, per ricondurre l’ascolto e la visione incontro a quelle mura, ormai dimenticate: non violando ed enfatizzando lo spazio in rovina, ma lasciando parlare le memorie, i relitti, le voci sepolte e quelle estranee.
Esperienza tutta da immaginare, adesso, con l’aiuto di un album di fotografie. E insieme ascoltando, in esclusiva, alcune di quelle registrazioni. Tracce, documenti, scritture immateriali.

 – Helga Marsala

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Helga Marsala

Helga Marsala

Helga Marsala è critica d’arte, editorialista culturale e curatrice. Ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Palermo e di Roma (dove è stata anche responsabile dell’ufficio comunicazione). Collaboratrice da vent’anni anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo,…

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